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Trust, la normativa europea da' appeal al rientro dei capitali

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Gli esperti tributari degli studi al lavoro per valutare l’impatto della legge 97/2013

Le nuove regole sul monitoraggio fiscale sono arrivate a bussare alle porte dei trust.

Con la legge numero 97 del 2013 il legislatore ha esteso gli obblighi di compilazione del quadro RW (il modulo relativo alla dichiarazione dei redditi in cui vanno indicati gli investimenti all'estero e le attività estere di natura finanziaria detenute dal contribuente) anche ai trust.

La nuova norma prevede, infatti, l'estensione delle norme sul monitoraggio fiscale a qualunque «titolare effettivo» di beni detenuti all'estero, così come definito dalla normativa contro il riciclaggio.

Anche la Consob ha emanato nuove regole di carattere generale che impongono ai trustee che detengono una partecipazione superiore al 2% del capitale sociale (o che partecipano ad un patto parasociale) di società italiane quotate in borsa, di rivelare l'identità dei vari soggetti (disponente/ beneficiari/guardiano), nonché la tipologia e la durata del trust. Se quest'obbligo viene violato si può essere puniti con una sanzione compresa tra 5.000 e 500.000 euro (se il ritardo nella comunicazione non eccede i due mesi) e tra 25.000 e 2.500.000 euro (se il ritardo eccede i due mesi).

Gli avvocati tributaristi che lavorano sui trust dei loro clienti difendono l'istituto di derivazione anglosassone e contemporaneamente appoggiano le norme che rendono più efficienti le operazioni antiriciclaggio.

Dopo due scudi fiscali si è pensato di fare qualcosa di nuovo sulla base del modello statunitense di voluntary disclosure.

Da una parte si lavora sugli obblighi di monitoraggio estesi a tutti i soggetti che pur non essendo possessori diretti degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria ne siano «titolari effettivi» ai sensi della normativa antiriciclaggio.

Dall'altra si apre la strada ad un auspicato nuovo rimpatrio di capitali attraverso la riduzione delle sanzioni per errata o mancata compilazione del quadro RW (dal 3% al 15% delle somme all'estero non dichiarate, ridotte rispetto al regime precedente che poteva arrivare al 50%).

«Il tema più scottante è la domanda che gli operatori si pongono oggi: perché un contribuente che non ha raccolto l'opportunità del primo e del secondo scudo fiscale dovrebbe accedere oggi ad una autodenuncia che in realtà comporta vantaggi e risparmi molto inferiori rispetto a quelli proposta dai due scudi fiscali?», si chiede Luigi Macioce, partner esperto di diritto societario e tributario dello studio legale Withers. «La risposta sta forse nelle parole del direttore dell'Agenzia delle Entrate Attilio Befera che sottolinea come per molti sia venuto meno «il vantaggio di tenere i capitali oltre confine», evidenziando come gli accordi (o i progressi di accordo) bilaterali o multilaterali quali quelli con San Marino e Svizzera siano indici di un nuovo clima di contrasto ai paradisi fiscali ed all'evasone internazionale».

La convenienza di un'operazione di rimpatrio dei trust esteri deve essere valutata con estrema attenzione e caso per caso, a seconda delle caratteristiche del trust dal punto di vista civilistico, della qualificazione dello stesso ai fini tributari esteri ed italiani, nonché con riguardo alla posizione fiscale del settlor e dei beneficiari.

Secondo Raul Angelo Papotti, socio del dipartimento fiscale dello studio Chiomenti, «la nozione stessa di convenienza ai fini fiscali, in tali fattispecie, dovrebbe probabilmente essere letta in modo maggiormente coerente con un contesto che a livello internazionale si muove nel solco di un sempre più accentuato scambio di informazioni, e nell'ottica di un segreto bancario che nel giro di pochi anni verrà ragionevolmente a cadere anche in piazze finanziarie che storicamente lo hanno sempre garantito incondizionatamente (tra tutte, Svizzera e Lussemburgo). E quindi non solo e soltanto in termini prettamente numerici e di carico fiscale applicabile».

Secondo alcuni degli intervistati, nei prossimi mesi vi sarà una discussione serrata tra beneficiari italiani e trustees stranieri sull'opportunità di trasferire la residenza fiscale di trust esteri in Italia. Filippo Noseda, partner dello studio Withers e capo del dipartimento di Wealth Planning pensa alle possibili ripercussioni sulle famiglie che definisce «de localizzate»: «Parlo di quelle famiglie internazionali, e ce ne sono veramente tante, i cui membri sono sparsi in vari paesi. In questo caso, lo spostamento del trust familiare può creare grattacapi di non poco conto. Lo stesso dicasi per quelle famiglie facoltose i cui genitori hanno deciso di trasferire una grossa fetta del loro patrimonio. In molti casi, la prima generazione desidera proteggere quelle più giovani mediante un flusso d'informazioni ridotto circa la consistenza del patrimonio familiare, al fine di spronare i giovani a crearsi una propria vita senza i condizionamenti che derivano dall'aspettativa di un'eredità consistente. In questi casi, i genitori si vedranno ora costretti a rivelare l'esistenza dei beni in trust a figli e nipoti, azzerando in parte i vantaggi patrimoniali che derivano dal trust. L'alternativa consiste nel trasferire la sede fiscale del trust in Italia. In questo caso, essendo il trust in Italia, l'obbligo dichiarativo in capo ai beneficiari non sussisterebbe. Tuttavia, il trasferimento di un trust in Italia comporta una serie di rischi, dovuti soprattutto alla relativa assenza di giurisprudenza in materia di trust».

Efficacia o appesantimento degli obblighi? Questo l'altro dilemma che nasce dall'imposizione delle nuove regole introdotte. Quanto alle conseguenze della recente normativa secondo i professionisti intervistati, molto dipenderà da come essa verrà interpretata ed applicata dagli addetti alle verifiche e quindi Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza. «Ove la norma servisse esclusivamente per rendere note fattispecie altrimenti non conoscibili (ad esempio, beni detenuti all'estero attraverso un trust non residente), la stessa potrebbe risultare efficace in chiave accertativa», spiega Marco Cerrato partner dello studio Maisto e Associati. «Ove invece fosse interpretata in modo eccessivamente «poliziesco» potrebbe tradursi in un inutile appesantimento degli obblighi, come nel caso di beni esteri detenuti da trust residente che già adempie gli obblighi di monitoraggio: prevedere un corrispondente obbligo per disponente o beneficiari sarebbe in tal caso un inutile appesantimento degli obblighi. Ciò detto, va rilevato che spesso i beneficiari non sono a conoscenza dell'esistenza di un trust, anche ove abbiano diritto ad esempio a ricevere il capitale al termine dello stesso. Problemi analoghi sono sorti in Francia quando obblighi dichiarativi in parte analoghi sono stati introdotti un paio di anni fa».

«L'istituto del trust prevede che il settlor si «spossessi» dei beni conferiti per affidarli in proprietà e gestione al trustee.

Proprio la necessità di spossessarsi dei beni ha costituito uno dei principali ostacoli alla diffusione del trust in Italia ed ha favorito la ricerca di accorgimenti atti a limitare i poteri e l'autonomia del trustee, se non a mantenere il controllo di fatto da parte del settlor o dei beneficiari.

«Nell'attuale contesto nazionale ed internazionale in ambito OCSE, G8 ed Unione europea», spiega Marco Magenta, partner dello studio legale tributario Ernst & Young (EY), «l'estensione degli obblighi di monitoraggio fiscale e di trasparenza dei mercati potrebbe apparire come un atto dovuto.

Ai provvedimenti tendenti a limitarne l'uso distorto, dovrebbe però corrispondere l'adozione di un nuovo sistema organico di norme civili e fiscali volto a regolare positivamente il trust ed a riconoscere la legittimità di un suo utilizzo coerente con le finalità lecite che lo contraddistinguono».

È uno degli effetti dell’estensione del monitoraggio fiscale ai beneficiari di trust

Con la comunicazione numero 0066209 dello scorso agosto, la Consob ha ampliato gli obblighi di comunicazione per i trustees di Trust che detengono una partecipazione rilevante nel capitale di una società emittente ai sensi dell'art. 120 del Tuf o che partecipano a un patto parasociale rilevante ai sensi dall'articolo 122 del Tuf, in tali emittenti. L'intervento dell'autorità di vigilanza è stato spesso definito un tentativo per scoperchiare le scatole cinesi della finanza.

Affari Legali ha chiesto ai tributaristi più esperti quali sono i reali effetti di questo provvedimento. Secondo Stefano Petrecca partner dello studio Di Tanno e Associati: «Nell'era del crollo del segreto bancario e del tabù dell'inattaccabilità delle banche, l'imposizione di una maggiore trasparenza a strutture articolate in più entità giuridiche opache (in specie se localizzate in più giurisdizioni anche off-shore) è, in linea di principio, da accogliere con favore, soprattutto quando simili artifizi creativi vengono sfruttati a nocumento dei risparmiatori. La circoscrizione degli obblighi di «trasparenza delle partecipazioni rilevanti riconducibili ai trust» (richiesta con la Comunicazione del 2 agosto u.s. dalla Consob) alle partecipazioni in società emittenti quotate, limita le conseguenze negative – in termini di complicazione della gestione di trust e simili negozi fiduciari – di una simile imposizione alle sole realtà di dimensioni più rilevanti. In ogni caso, l'intervento della Consob appare nella giusta direzione di una maggiore tutela degli interessi degli investitori, prima ancora che delle amministrazioni finanziarie nazionali».

Favorevole all'intervento della Consob si è mostrato anche Antonio Tomassini, partner responsabile del dipartimento Tax di Dla Piper. «Il provvedimento è volto, in primis, ad arginare il problema della trasparenza nelle società quotate, enti nei quali l'interposizione di un trust potrebbe non garantire l'effettiva trasparenza degli assetti proprietari dell'emittente partecipata e dei relativi processi decisionali», spiega Tomassini. «Un provvedimento che, certamente, si allinea con gli attuali indirizzi forniti dal legislatore in materia di monitoraggio ed antiriciclaggio, ma che nel contesto specifico, risulta maggiormente indirizzato verso una migliore trasparenza nei confronti del piccolo investitore. C'è in ogni caso da evidenziare che sotto il profilo operativo le strutture partecipative che utilizzano trust al loro interno dovranno valutare l'opportunità o meno di mantenere tali rapporti partecipativi».

Gli specialisti della materia hanno anche spiegato cosa manca ancora alla normativa italiana in materia di trust e cosa si potrebbe migliorare per rendere più efficiente il ricorso a questo strumento.

«Il trust in Italia è disciplinato esclusivamente sotto il profilo tributario», continua Tomassini. «Per rendere più efficiente il ricorso a questo strumento il legislatore dovrebbe prima di tutto regolare l'istituto dal punto di vista civilistico, rendendo in tal modo più chiare e trasparenti le regole del gioco e, di conseguenza, un maggior ricorso allo strumento per le finalità proprie disciplinate dalla legge stessa».

Avv. Prof. Stefano Loconte Stefano Loconte, fondatore e managing partner dello studio legale e tributario Loconte & Partners sottolinea l'importanza di un'aggiornata ed equilibrata regolamentazione di questo istituto per la crescita dell'economia nazionale: «Sono trascorsi oltre venti anni dall'entrata in vigore in Italia della Convenzione de L'Aja del 1° luglio 1985 sulla legge applicabile ai trust e sul loro riconoscimento e possiamo ormai serenamente affermare che l'istituto giuridico ha piena legittimazione nel nostro ordinamento al pari degli altri istituti contemplati nel nostro codice civile e nella disciplina speciale. La mancanza di una normativa specifica amplifica soltanto il valore aggiunto dell'istituto, rendendolo ulteriormente elastico e plasmabile alla risoluzione delle specifiche esigenze per le quali vi si fa ricorso.

In Italia occorre assolutamente giungere alla redazione di una disciplina in tema di imposizione indiretta.

La mancanza di una qualsiasi norma positiva che regolamenta questo fenomeno ed una posizione dell'Agenzia delle Entrate che non tiene conto della vera natura dell'istituto e delle sue particolarità stanno comprimendo in maniera non indifferente lo sviluppo dell'istituto. Per fortuna la giurisprudenza tributaria si sta preoccupando di sanare e stabilizzare tale situazione ma è evidente che una norma chiara ed univoca renderebbe il tutto molto più semplice».

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